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martedì 6 dicembre 2016

Pasticciaccio brutto sul Colle, mentre l’Ue getta la maschera

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Non se lo aspettavano: né Renzi, né Mattarella, e tanto meno Napolitano che è il grande vecchio al telecomando pensavano che il no vincesse davvero e soprattutto non in proporzioni tali da richiedere imperativamente le dimissioni del premier prima dell’approvazione della finanziaria. Così si è arrivati al pasticciaccio indecoroso al quale assistiamo e nel quale si somma tutta l’ignavia e la cialtroneria di un ceto politico che è ormai soltanto una formazione di molluschi aggrappati ai palazzi parlamentari: Mattarella, il presidente sagoma a due dimensioni, nemmeno per un attimo ha pensato di indurre Renzi ad approvare la finanziaria prima della consultazione popolare come sarebbe stato ovvio, probabilmente perché non glielo ha suggerito Napolitano che è la sua terza dimensione e anche adesso si rifugia nell’astensione da ogni proposta. Così adesso ci troviamo con il guappo che scalpita come un dannato per andarsene e il duo Mattarella – Napolitano che vogliono costringerlo a rimanere fino all’approvazione della legge di stabilità.
Tutto questo però nasce dalle promesse ingannevoli perpetrate durante tutta la lunghissima campagna elettorale: la legge di stabilità non poteva in nessun caso essere approvata prima  del referendum semplicemente perché altrimenti il guappo avrebbe scoperto il proprio bluff, avrebbe mostrato a tutti che ancora una volta stava prendendo per il naso il Paese e che molti provvedimenti erano semplicemente fumo negli occhi e voto di scambio, compresi i famosi 85 euro ai dipendenti pubblici per i quali non vi è traccia di copertura. Inoltre questo avrebbe costretto l’Europa di Bruxelles a venire allo scoperto sconfessando le “aperture” di pura facciata messe in piedi per aiutare il guappo nella sua campagna contro la Costituzione. Infatti già ieri l’Eurogruppo, ovvero il consesso dei ministri delle finanze della Ue  ha chiesto straordinarie correzioni al bilancio, incaricando la Commissione Europea di dettare al governo italiano i passi necessari per ridurre il debito. Ma non si astiene dal suggerire in proprio la ricetta: privatizzazioni selvagge ed entrate straordinarie (leggi tasse)  per tirare fuori i 15 miliardi che mancano dopo mille giorni di gestione demenziale, cialtrona e condita di innumerevoli menzogne.
E’ fin troppo chiaro che se Renzi dovesse firmare, sia pure come ultimo atto, una legge di stabilità lacrime e sangue, invece di lasciare ai successori il compito di maneggiare la castagna bollente preparata con le sue manine, subirebbe un altro durissimo colpo: anche i media più fedeli, anche i vegliardi domenicali più incalliti nello spaccio del renzismo per nome e contro del trafficante che risiede in Svizzera,  potrebbero nascondere l’evidenza: che per un anno il Paese è vissuto nell’immobilismo e dentro la narrazione completamente fasulla di un imbonitore , funzionale solo al referendum. Ma tutto questo, un premier in evidente confusione emotiva, un presidente terrorizzato dal dover decidere qualcosa, un Pd trasformato in banda di dervisci danzanti al cospetto del proprio declino, ma ormai privo di qualsiasi personaggio in grado di cambiare rotta o ancor meglio di recidere il cordone ombelicale con questo partito degli equivoci per cercare aria pura, si configurano come un’ennesima offesa alla volontà degli elettori: queste dimissioni congelate sanno di beffa, di incoerenza e di presa in giro. Perché è chiaro che assieme ai domiciliari di Renzi a Palazzo Chigi viene artificialmente messo in freezer anche il resto, compreso un Parlamento nato non soltanto da una legge elettorale dichiarata anticostituzionale, ma ormai lontanissimo dal rispecchiare la realtà del Paese.
I nodi stanno venendo al pettine: i parlamentari del Pd e del fritto misto alleato, sono ormai terrorizzati, come del resto le oligarchie europee, dalla sola idea di elezioni e faranno di tutto e di più per evitarle, per assemblare col lego un ennesimo governo tecnico, anche se al loro arco non ci sono che manovre di corridoio e di aula visto che la realtà va altrove, da quella economica intrecciata indissolubilmente ai diktat europei privi di qualsiasi senso a quella sociale che si è rimessa in movimento.  Proprio per questo ieri dicevo che la guerra è appena iniziata, una guerra per ritrovare la democrazia e per non finire come la Grecia.
fonte https://ilsimplicissimus2.com/

Magaldi: Costituzione rovinata da Monti e becchini di Renzi

Dopo Renzi, tocca a Padoan? «Dalla padella alla brace: rappresenta il peggio della tecnocrazia reazionaria europea, quella che impone l’austerity ad ogni costo». Gioele Magaldi è fra i quasi 20 milioni di italiani che hanno votato No al referendum, ma non si associa al «teatro degli sciacalli», cioè «quelli che oggi festeggiano la caduta del premier dopo aver votato, tutti quanti, l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione». Era il 2012: il Parlamento, con Monti, causò il massimo “vulnus” mai inferto alla Carta costituzionale: lo Stato costretto a “pareggiare i conti”, impossibilitato a fare investimenti strategici. Un macigno, che il referendum del 4 dicembre non ha neppure sfiorato. «Gli italiani? Dopo il referendum sono nella merda esattamente come prima, e scusate il francesismo», dichiara a “Colors Radio” Magaldi, autore del saggio “Massoni” (Chiarelettere) che denuncia il ruolo occulto, nella politica, di 36 superlogge internazionali. Lo stesso Padoan – aggiunge Magaldi – è membro (con Massimo D’Alema) della “Pan-Europa” e della “Compass Star-Rose”, storica “Ur-Lodge” dell’ultra-destra, nel back-office del massimo potere, accanto alla “Three Eyes” di Kissinger (e Napolitano).
Pier Carlo Padoan? Uno dei tanti marxisti “pentiti”, passati al fronte opposto: «Da estrema sinistra era critico di Keynes quando la sua visione dell’economia era marxista», racconta Magaldi. «Adesso continua a odiare Keynes, ma da neoliberista Padoanconvinto, tecnocrate e massone reazionario». Un interprete rigidissimo dell’ordoliberismo Ue: «Uno dei grandi problemi del governo Renzi è che aveva il cane da guardia Padoan a vigilare che il governo italiano potesse muoversi secondo quel “pilota automatico” annunciato da Mario Draghi». Nessun dubbio: «Se c’è un personaggio che rappresenta il peggio della tecnocrazia continentale, la garanzia del fatto che non ci discosteremmo mai dal paradigma dell’austerity, quello è Padoan». Tra parentesi: «Quali benefici la sua azione avrebbe portato agli italiani durante la sua permanenza al dicastero dell’economia?». Sarebbe grave, sostiene Magaldi, se Padoan dovesse sostituire Renzi. Nella Ur-Lodge “Pan Europa”, ha scritto nel suo libro, Padoan è in compagnia di Emma Marcegaglia, Christine Lagarde del Fmi, lo spagnolo Mariano Rajoy, pesi massimi Ue come Jean-Claude Trichet e José Manuel Barroso. Senza contare i “confratelli” dell’altra superloggia, la “Compass Star-Rose”: da Vittorio Grilli, ministro dell’economia con Monti, a Manuel Valls, fino a Christian Noyer, governatore della banca centrale francese.
Il povero Renzi? «E’ tutta colpa sua, paga per i suoi errori disastrosi», dice Magaldi. Il principale? «Il suo era sostanzialmente un bluff: ha fatto una riforma ridicola come il Jobs Act e si è limitato ad abbaiare contro Bruxelles, anziché chiedere all’Unione Europea di riscrivere le regole, innanzitutto, a cominciare proprio dal pareggio di bilancio». Ha solo e sempre “fatto finta”, Matteo: «Anziché imporre un’agenda diversa ha convocato a Ventotene Hollande e la Merkel, cioè gli esponenti del peggior potere tecnocratico del quale peraltro lo stesso Renzi ha cercato di far parte, chiedendo di essere accolto presso le superlogge conservatrici, anziché quelle progressiste». Politicamente morto? «Non è detto», anche se la botta è stata micidiale. «Ha comunque reagito alla disfatta con dignità e velocità, dimostrando di essere capace di risollevarsi». Forse, domani, lo aspetta «un’ultima chance per non essere solo una meteora», ma Renzi dovrebbe «passare dal bluff alla Magaldirealtà», anche perché «con la sua capacità dialettica e col suo ritmo poteva battersi contro l’egemonia tecnocratica europea, anziché limitarsi a bluffare».
Per l’Italia, oggi, Magaldi vede aprirsi «una fase di caos che può anche diventare feconda», a patto però che i vincitori del round referendario si mettano a “fare sul serio”. I grillini, per esempio: «Spero non facciano come a Roma, dove ancora aspettiamo di vedere il cambio di passo: sarebbe imbarazzante scoprire che le alternative a Renzi hanno la stessa attitudine al bluff», dice ancora Magaldi. Il Movimento 5 Stelle? E’ autentico: «Non nasce per fare “gatekeeping”», cioè solo per arginare la protesta sociale. «L’ispirazione è in buona fede», anche se «le infiltrazioni sono sempre possibili, e la corruzione degli intenti anche». Il movimento fondato da Grillo «ha un grande problema: non sa ancora che cosa deve fare da grande», sostiene Magaldi. «Sa come raccogliere il malcontento, ma finora non ha saputo tradurlo in un progetto preciso, con un paradigma preciso». E purtroppo «non sono convincenti nemmeno un po’ alcuni suoi leader», come Di Maio e Di Battista, che «sembrano sempre preoccupati di dire la frase ad effetto anziché proporre una narrazione sostanzialmente diversa rispetto a quella che abbiamo avuto sinora». Servirebbe una battaglia contro il pareggio di bilancio, per esempio. Del quale Padoan sarebbe il più severo guardiano.
fonte http://www.libreidee.org/2016/12/magaldi-costituzione-rovinata-da-monti-e-becchini-di-renzi/

Zero privacy, il progetto del potere mondiale. Tutti controllati 24 ore su 24



Invitiamo a leggere questo articolo pubblicato nel mese di luglio 2013. Si sta tutto concretizzando! E sarà sempre peggio…
Secondo Marlon Brando, la privacy non era «semplicemente un diritto, ma un prerequisito assoluto per vivere». Bei tempi.
Oggi, «proteggere è veramente un parolone, anche un po’ improprio», accusa Glauco Benigni: «Ciò che appare è che la sfera pubblica globalizzata – i governi, i militari, i trader, i tecnocrati – vogliano impedire che la raccolta e il trattamento dei dati sia ostacolata dal sacrosanto bisogno di riservatezza, e per far questo hanno organizzato un sistema molto complesso di protezione regolata, al quale è impossibile sottrarsi e nel quale è quasi impossibile intervenire».
Ma allora Orwell aveva ragione? «La domanda ormai appare retorica». Governi ossessionati dalla sicurezza, trader ossessionati dal guadagno e tecnocrati facilitatori del controllo formano una terna che non consente scampo: «La privacy è stata abbindolata, sedotta e stuprata da bambina. E ora, i suoi stupratori travestiti da padri di famiglia ne fanno mercimonio».
Inutile scandalizzarsi per il caso Snowden: da anni siamo diventati tutti “trasparenti”, a nostra insaputa. «Telecamere, smartphone, Internet e in generale ogni technodevice digitale, unitamente alla velocità di raccolta, consultazione, riproducibilità dati e alla loro archiviazione – scrive Benigni nel suo blog – hanno sgretolato la barriera che la privacy tentava di erigere». Così, «il diritto è diventato un sogno infantile e la protezione evocata si è sostituita al problema».
“No one can hide”, nessuno può nascondersi: lo dicono i guru digitali, ma la gente ancora non ci crede fino in fondo. «Se cominciasse a farlo si sentirebbe “spellata” e indifesa, in balia di forze estranee. E questo la gente non lo vuole, e non lo vogliono neanche le forze estranee».Sicché, si preferisce «abbandonarsi al sogno della privacy, salvo svegliarsi di quando in quando e agitarsi e indignarsi inutilmente, come nel recente caso Datagate che ha scosso la National Security Agency statunitense».
È evidente che la dimensione mediatica al suo evolversi modifica il concetto di privacy. Tant’è che oggi, chiunque ricerchi un po’ di notorietà sta rinunciando – inconsapevolmente – a un pezzo di riservatezza. Architrave del nuovo sistema, i trattati internazionali: secondo l’articolo 11 della Costituzione italiana, limitano la sovranità dello Stato e, al dunque, anche la sovranità individuale.
Nel 1989, ricorda Benigni, si era proceduto a prime modifiche delle norme italiane in ottemperanza alla Convenzione di Strasburgo del 1981. «Il vero cambio di paradigma, comunque, era già avvenuto nel 1988 con l’adozione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo». Quella “Carta” stabiliva, è vero, «barriere per evitare ingerenza di autorità pubbliche sul diritto alla privacy», precisando però: «A meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge, necessaria per la sicurezza nazionale, per la pubblica sicurezza, per il benessere economico del paese, per la difesa dell’ordine e per la prevenzione dei reati, per la protezione della salute e della morale e per la protezione dei diritti e delle libertà altrui».
Il testo della Convenzione, scritto nel 1950, era solo un modo più accattivante di affermare quello che diceva la legge italiana del 1956. In sostanza: essendo molto labili i confini tra libertà personali e sicurezza, prevenzione reati, protezione diritti altrui, “non vi fate illusioni”, la vostra privacy è solo un pixel di un vasto mosaico, nel quale interessi pubblici e soggetti dominanti considerano la difesa del diritto solo uno slogan elettorale. «La privacy – dice l’uomo dei poteri forti – è un prodotto di massa della democrazia liberale da sgranocchiare oggi di fronte al computer».
La gente però ci credeva, nella privacy, e accolse con plauso gli accordi di Schengen e la Carta dell’Unione Europea, in cui all’articolo 8 la privacy, da “prevalente diritto alla riservatezza”, diventava “prevalente diritto alla protezione dei dati”. Questo sterminato agglomerato di informazioni doveva essere trattato «lealmente, a seguito di consenso espresso», e diventava magicamente un corpus esterno alla persona. Come dire: tu intanto diventi consapevole e acconsenti al fatto che qualcuno raccolga i tuoi dati, puoi chiedere di sapere tutto quello che sappiamo di te e puoi anche pretendere di dargli un’aggiustata, basta che ti rivolga all’autorità preposta.
Per istituire l’autorità, continua Benigni, il Parlamento italiano fece una legge nel 1996, sostituita nel 2003 da un decreto legislativo, detto “Codice di protezione dei dati personali”, attualmente in vigore. «In tal modo, l’aspirazione lecita ad “essere lasciati in pace” (una delle altre interpretazioni della privacy) veniva presa in ostaggio e ricollocata all’interno di un triangolo virtuale in cui ufficialmente giocavano tre ruoli: i raccoglitori, gli intrusi e i protettori dei dati. Oggi sappiamo che spesso i tre ruoli coincidono. Specialmente in quei casi in cui siamo considerati consumatori, o elettori, o potenziali “ammalabili”». Ma ormai siamo europei. Quindi: il 25 gennaio 2012, la Commissione Europea ha approvato la proposta di un “Regolamento sulla protezione dei dati personali”, che andrà a sostituire, una volta definitivamente approvato, la direttiva 95/46 della Comunità Europea in tutti e 27 Stati membri dell’attuale Unione.
In Italia, il nuovo dispositivo europeo andrà a prendere il posto del decreto legislativo del 2003. Ci sono novità? «Sì. Alle definizioni fondamentali si aggiungono dato genetico e dato biometrico, viene introdotto il principio del controllo dei dati di cittadini non-Ue se costoro commerciano con cittadini Ue, si stabilisce il diritto a trasferire i propri dati da un social network ad un altro e anche il “diritto all’oblio”, salvo però “specifici obblighi di legge, garanzie della libertà di espressione e continuità della ricerca storica”». Inoltre sarà istituito un “data protection officer” per le imprese al di sopra di un certo numero di dipendenti, sarà introdotto il requisito del “privacy impact assessment” (valutazione dell’impatto-privacy) e del “privacy by design”. Non solo. Sarà introdotto l’obbligo di notificare le violazioni all’autorità, mentre i garanti per la protezione dei dati personali saranno dotati di maggiori poteri anche sanzionatori. «Manca solo l’istituzione di un corpo di polizia a statuto speciale – ma, perlomeno in Rete, c’è già l’Escopost. Questa sarà la privacy nell’Europa del terzo millennio, prepariamoci».
Intanto, osserva sempre Benigni, a prima vista sembra che chi non parla inglese non abbia diritto a capire neanche di che si tratta. Vista dal potere, la privacy è innervata di raccolta-protezione dati genetici e biometrici. Non se ne esce: «Se mi serve il tuo Dna per tutela salute o utilizzo in sede giudiziaria, io me lo prendo». A proposito di biometrica, riflettori accesi sul prossimo prodotto della Google: i Google Glass.
Quali informazioni si possono raccogliere?
Con chi verranno condivise?
Come verranno utilizzate?
Le autorità di protezione dati di diversi continenti, riunite nel Gpen (Global Privacy Enforcement Network) hanno chiesto chiarimenti alla multinazionale californiana: state per mettere in commercio su larga scala un oggetto indossabile che include al suo interno una microcamera, un microfono e un dispositivo Gps con accesso a Internet?
Si possono dunque realizzare “riconoscimenti facciali” all’insaputa dei soggetti ritratti?
Il soggetto riconosciuto potrebbe poi essere individuato nei suoi gusti e nelle sue opinioni, riducendo la sua sfera privata a un colabrodo trasparente?
Spiegateci, Google Glass. «Ovviamente Google, la stessa società che, grazie a Google Maps, ha fotografato e sbattuto in rete, senza alcuna autorizzazione, le strade, le piazze, le case di tutto il mondo, se ne guarda bene dal rispondere».
Il regolamento europeo, conclude Glauco Benigni, si sforza di poggiare l’accento sui social network. Che però, insieme ai motori di ricerca, ai service providers e ogni altro soggetto rilevante, se aventi casa madre in Usa, sono costretti, in ottemperanza al “Fisa Act” del 2008, a «fornire tutti i dati richiesti al governo, in segreto e in modo che il soggetto sorvegliato non se ne accorga». Ovviamente la richiesta deve essere giustificata da “motivi di sicurezza” e approvata (neanche tanto) dall’avvocatura generale Usa e dal Dni (Director of National Intelligence), quindi dagli stessi controllori, «che vezzosamente si definiscono “sorveglianti”». Problema: «Si da il caso che l’80% dei soggetti rilevanti operanti in rete siano statunitensi. Cosa potranno fare gli europei che usano la Rete per impedire di essere “sorvegliati”? Per il momento, nulla. È la coda di “Echelon”! Una situazione giustificata dal fatto che le leggi antiterrorismo Usa sono a ogni effetto norme globali, anche se non recepite dagli altri governi. Al dunque: un regolamento così è pensato per proteggere chi da chi?».
Fonte: libreidee.org
http://www.complottisti.com/zero-privacy-progetto-del-potere-mondiale-tutti-controllati-24-ore-24/

MÜNCHAU SU EUROINTELLIGENCE: BENTORNATI NELLA CRISI DELL’EUROZONA


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Su Eurointelligence, W. Münchau commenta la vittoria del “No” nel referendum costituzionale italiano e la sconfitta di misura di Hofer in Austria. Nessuno dei due fatti, sostiene l’editorialista del Financial Times, porta con sé buone notizie per l’establishment europeo. Münchau ritiene che l’ampia vittoria del No rappresenti politicamente l’inizio della fine del sostegno italiano alla causa “europea”, e che l’esito ultimo sarà l’uscita dall’euro. Anche l’elezione austriaca è un segnale d’allarme: seppure sconfitto alle elezioni presidenziali, il “nazionalista” Hofer si sta avviando a una clamorosa vittoria per l’FPÖ, che gli darebbe il governo dell’Austria, nelle elezioni politiche che si terranno entro il 2018.
Si tenga presente che le considerazioni di  Münchau vanno lette come segnali d’allarme lanciati (forse invano) da un intellettuale critico qui autodefinitosi un guardiano dell’establishment. 

di Eurointelligence, 05 dicembre 2016
  • Le dimissioni di Matteo Renzi dopo la vittoria schiacciante del No al referendum apriranno la strada a una crisi finanziaria, e secondo noi a una probabile uscita dall’euro;
  • la rivolta dell’elettorato italiano contro l’establishment ha cause molteplici, ma per l’Italia sarà sempre più difficile dar vita a dei governi coerentemente pro-euro;
  • il Presidente Sergio Mattarella nominerà probabilmente un governo tecnico col compito di stabilizzare il settore finanziario e di introdurre una riforma elettorale; l’Italia resta con un sistema bicamerale;
  • il PD, l’unico grande partito coerentemente pro-euro, viene messo in crisi da questo voto, e si prepara al dopo-Renzi.
Ci sono due tipi di tragedie politiche. Quelle che si ripresentano come farsa e quelle che si trasformano in incubi interminabili. Le elezioni presidenziali in Austria fanno parte del primo tipo, il voto in Italia del secondo. Ciò che è scioccante, nel risultato italiano, non è la vittoria del “No” di per sé, ma la sua ampiezza – una maggioranza del 60% con un’affluenza al 70%. Si tratta di un risultato che mette inquietudine a qualsiasi politico europeista in Italia e altrove. Questo risultato è destinato a confondere tutti quelli che avevano cercato di minimizzare il significato di una vittoria del “No” prima del referendum. Non si tratta più solo del fatto se il Movimento Cinque Stelle possa o meno arrivare a una maggioranza. Il fatto è che in questo momento non c’è alcun sistema elettorale al mondo che possa portare a una stabile maggioranza pro-euro in Italia. Renzi era l’ultima possibilità che l’Italia aveva di rendere sostenibile la propria appartenenza all’euro, e lui l’ha distrutta.
Certo, la preoccupazione più immediata riguarda l’incombente crisi bancaria e finanziaria. In proposito si legga il nostro resoconto sotto. Ma la prospettiva nel medio termine è ancora più preoccupante. Siamo sostanzialmente in disaccordo con la visione prevalente, secondo la quale un nuovo governo tecnico potrebbe garantire stabilità politica. Renzi se n’è andato. Dubitiamo che rimarrà il leader del suo partito dopo una sconfitta così massiccia. Il voto potrebbe pure distruggere il Partito Democratico così come lo conosciamo. Date un’occhiata a come gongolaMassimo D’Alema, ex primo ministro, nel celebrare la sconfitta di Renzi. Il predecessore di Renzi a segretario generale del partito, Pierluigi Bersani, che si chiedeva se l’insurrezione contro Renzi fosse quella di una pecora o di un toro, è stato salutato dai suoi sostenitori al grido di “toro”. Il partito aveva accettato Renzi come proprio leader soltanto finché tirava ed era vincente. Ma non è mai stato gradito.
Il discorso di dimissioni di Renzi è stato all’insegna della dignità, ma lo era anche quello di David Cameron poco dopo avere ammesso la sconfitta. Entrambi si erano giocati tutto e hanno commesso errori di valutazione di proporzioni storiche. La politica non perdona. Ora vediamo l’Italia che si avvia sulla strada dell’uscita dall’eurozona, non tanto perché comprendiamo il meccanismo preciso col quale questa uscita avverrà o il momento in cui avverrà, ma perché comprendiamo la dinamica delle forze che stanno dietro questo processo. A lungo abbiamo sostenuto che la combinazione di alto debito, zero crescita e un sistema bancario insolvente è incompatibile con l’appartenenza a una unione monetaria in cui la Germania fa da àncora deflazionistica. Ciò che è insostenibile alla fine cadrà. La traiettoria precisa di questa fine potrà rimanere ancora poco chiara per un po’, ma il risultato di ieri ci dice che l’elettorato alla fine troverà il modo. Siamo fortemente in disaccordo con l’opinione prevalente che circola tra i commentatori italiani, secondo i quali l’uscita dall’euro non è possibile perché non è consentita né prevista, o perché il sistema impedirà che avvenga. Ci sembra che siano tutti vittime delle loro pie illusioni. Le loro speranze appaiono molto più flebili alla luce fredda di questo mattino.
E dunque dove siamo diretti, da qui in avanti? Il Presidente Sergio Mattarella oggi accetterà le dimissioni di Renzi e nominerà un governo tecnico, che dovrà guidare il paese fino alle prossime elezioni. L’obiettivo di questo governo sarà la stabilizzazione finanziaria e la riforma elettorale. La legge attualmente esistente assumeva che la riforma costituzionale sarebbe stata approvata, e dunque non dava alcuna disposizione per l’elezione del Senato. Una nuova legge elettorale è dunque necessaria per questo motivo, ma non sarà cruciale nel determinare la direzione politica fondamentale del paese.
Da un punto di vista tecnico simpatizziamo con la proposta di Luciano Violante, un politico del PD, che sul Corriere della Sera di oggi suggerisce una riforma costituzionale molto limitata che introduca un voto costruttivo in stile tedesco, che non preveda la fiducia; vale a dire, il parlamento potrebbe ritirare la propria fiducia verso il governo solo se riesce a eleggerne un altro. Tutto ciò può essere sensato ma probabilmente non avverrà, e non risolverà il problema fondamentale. Il problema dell’Italia non è la struttura del suo sistema politico, ma il suo contenuto, e più precisamente la mancanza di volontà politica di andare verso una convergenza economica con il resto dell’eurozona.
Quando sarà finito il momento del governo tecnico, e questo dovrà dare il passo a un governo politico nel 2017 o 2018, ci aspettiamo che esso sarà anti-euro. Renzi era l’ultima possibilità dell’Italia di avere un governo riformista. Renzi ha fallito perché ha tragicamente preferito dare la priorità al genere sbagliato di riforme.
Cosa accade ora alle banche italiane?
La ricapitalizzazione della banca Monte dei Paschi di Siena era stata finora guidata dall’aspettativa di un successo all’elezione referendaria, non perché il referendum fosse direttamente legato alle banche italiane, ma perché l’incertezza politica risultante da una vittoria del “No” avrebbe rischiato di far deragliare tutto il processo. La sconfitta di Renzi al referendum si è ora materializzata. Cosa succederà, ora, a Monte dei Paschi e al resto delle banche italiane?
Per ora Monte dei Paschi non è fallita. La conversione volontaria del debito subordinato della scorsa settimana è riuscita a malapena a raggiungere l’obiettivo di un miliardo di euro. Il prossimo passo, tuttavia, è in dubbio. Prima che si sapesse il risultato del referendum, il Sole 24 Ore scriveva che i rappresentanti del fondo sovrano del Qatar oggi avrebbero incontrato la dirigenza del Monte dei Paschi per un “anchor” investment di un altro miliardo, a patto che il risultato del referendum fosse positivo. Ora ci si aspetta che l’accordo venga cancellato e che ci sia l’ingresso di un altro miliardo di capitale proveniente da investitori statunitensi. Senza questi investimenti Monte dei Paschi dovrebbe raccogliere non due, ma quattro miliardi di euro in una campagna di rifinanziamento da lanciare alla fine di questa settimana. Ci si aspetta che ora questo piano venga scartato. In un editoriale, il Sole 24 Ore chiede un salvataggio pubblico di Monte dei Paschi – che era già stato approvato dalla Banca d’Italia prima dei risultati degli stress test di questa estate – salvataggio che dovrebbe essere messo in atto immediatamente per evitare il rischio di contagio, in particolare verso il programma di raccolta di capitale da parte di Unicredit, che dovrebbe iniziare col nuovo anno.
Sul Corriere della Sera, Federico Fubini delinea il salvataggio pubblico che è stato concordato con la Commissione Europea come misura di emergenza. In caso di immediato stress di mercato per il sistema finanziario italiano, il governo dovrebbe effettuare una ricapitalizzazione “precauzionale” relativa ai buchi di bilancio di Monte dei Paschi evidenziati dai risultati degli stress test pubblicati in estate. Tutto il debito subordinato di Monte dei Paschi sarebbe spazzato via, sebbene gli obbligazionisti al dettaglio potrebbero poi essere risarciti. Secondo tre fonti citate dalFinancial Times, i risarcimenti sarebbero limitati a 100.000 euro a persona, assimilando gli investimenti al dettaglio in debito subordinato ai depositi garantiti. Il costo politico sarebbe elevato, ma limitato dall’impegno a risarcire le famiglie. Sarebbe decisamente inusuale per un governo dimissionario emettere un necessario decreto di urgenza come questo, ma Renzi non ha ancora formalmente presentato le sue dimissioni al Presidente della Repubblica. Fubini spera che, se il salvataggio di Monte dei Paschi sarà condotto impeccabilmente, si possa evitare il contagio al resto del sistema bancario italiano.
Un altro scenario possibile è quello che la direzione di Monte dei Paschi comunichi ai supervisori bancari che intende cancellare il piano di ricapitalizzazione, e che il Sistema Unico di Supervisione europea decida di attivare la risoluzione bancaria. Dopo la risoluzione, la ricapitalizzazione pubblica non può essere considerata precauzionale. La sequenza degli eventi qui è critica. Fubini assume che il Sistema Unico di Supervisione darebbe a Monte dei Paschi più tempo per raccogliere capitale, sebbene a rigore non sia tenuto a questo. Piuttosto, la risoluzione sarebbe coerente con l’approccio rigido adottato dal supervisore bancario nel corso di quest’anno. Ma sarebbe anche un primo caso di risoluzione di una banca .
Come detto prima, a parte alcune delle banche più piccole che si trovano in difficoltà, come la Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Carige, che devono tutte liberarsi dei crediti inesigibili e raccogliere capitale, sebbene in misura minore di Monte dei Paschi, a tutti viene in mente Unicredit. Il Financial Times ricorda che Unicredit sta pianificando di raccogliere capitale per 13 miliardi di euro, che è una somma enorme, specialmente se la raccolta avviene insieme a una vendita di asset, ma i banchieri sono ottimisti su questo. Una parte della vendita di asset è già in corso. Proprio questo fine settimana, il Financial Times riportava la vendita di Pioneer Investments da parte di Unicredit; French Amudi lo acquisterebbe, ed è vicino alla conclusione dell’affare per una cifra di oltre tre miliardi di euro. Una risoluzione rapida e ordinata della crisi di Monte dei Paschi, che eviti un più ampio stress sui mercati, sembra un prerequisito necessario per la riuscita della ricapitalizzazione di Unicredit. Data la sua dimensione e la sua attività internazionale, se Unicredit andasse in difficoltà ci sarebbe una vera crisi.
Tu felix Austria – Tu, Austria felice
Ironia della sorte, l’Austria, tra tutti i paesi, è l’unico che sta resistendo all’ondata di populismo, dando il voto a un anziano professore brontolone invece che a un ardente populista stile Trump.
Ma forse non dovremmo esagerare il significato della sconfitta di Norbert Hofer, che ha perso le elezioni per un margine relativamente ridotto: 52% a 48%. Ha perso perché l’intero establishment austriaco, tranne una piccola sezione del centro-destra di ÖVP, si è schierato col candidato vincente, Alexander van der Bellen. Ma FPÖ [il partito di Hofer], è più forte che mai nei sondaggi. Guardate qui, FPÖ è indicato dalla linea blu:
austriaelection
Il 2018 è l’anno in cui ci dovrebbero tenersi le prossime elezioni parlamentari in Austria, e sarà molto difficile formare un governo contro l’FPÖ. Il presidente federale potrà, teoricamente, rifiutarsi di nominare un governo anti-UE e costringere a nuove elezioni. Ma non potrà farlo per sempre e qualsiasi tentativo di capovolgere la volontà dell’elettorato potrà solamente sortire l’effetto opposto. L’elezione di Hofer avrebbe mandato un segnale negativo al resto dell’UE, ma anche l’elezione di van der Bellen non è consolante.
Su Der Standard, Michael Völker ha osservato che i Verdi austriaci non trarranno beneficio dall’elezione presidenziale, così come FPÖ non ne sarà danneggiato. Hofer ha perso perché non è riuscito a ottenere consensi al di fuori dell’FPÖ e del gruppo allargato dei suoi sostenitori. Völker crede perfino che le elezioni federali austriache potranno essere anticipate di un anno.
fonte http://vocidallestero.it/2016/12/06/munchau-su-eurointelligence-bentornati-nella-crisi-delleurozona/

Lettera a un anonima lettrice austriaca (felice):Hofer era il male?Conoscerai presto quello vero.


Cara cittadina austriaca, non conosco chi sei, non so nulla di te: non so che lavoro fai, sei hai figli, se sei sposata, se sei felice. Immagino di sì, almeno oggi, visto che sabato hai sfilato per le vie di Vienna sotto le insegne di un sobrio “Fuck Hofer” e dal tuo zaino faceva capolino un cartello con scritto “Nessun nazista a Hofburg”, il palazzo presidenziale. Io tifavo per Norbert Hofer ma questa sconfitta, ancorché non intacchi direttamente la mia vita quotidiana (ne ho già abbastanza dei casini italici, attuali e prossimi venturi), mi ha insegnato molto. Principalmente che il candidato della destra ha perso per una ragione sostanziale: l’aver abbassato i toni, l’essersi normalizzato per timore di spaventare. Un errore che io, mea culpa, nel mio articolo di qualche giorni fa avevo definito una scelta saggia ma che ora mi rendo conto essere stato il frutto di un calcolo. E se la gente, già incazzata, vede calcolo e non coraggio, allora si sceglie l’originale che le garantisce continuità e occhio benevolo di Bruxelles, piuttosto di una brutta copia, oltretutto già ghettizzata e trattata come portatrice sana di lebbra populista dalle elites europee. A maggio, il risultato fu differente, mentre ieri la sconfitta è stata netta: dopo cinque minuti dalla pubblicazione del primo exit-poll, Norbert Hofer si arrendeva e ci congratulava con Alexander Van der Bellen attraverso il suo profilo Facebook, invitando gli austriaci a sostenerlo per il bene del Paese.
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La forbice era troppo ampia per attendere? Questa volta non c’era alcun sospetto di brogli? Io penso che quel gesto così repentino di resa sia stato una inconsapevole ammissione di colpa: ho sbagliato, ora si paga il conto. Fino a una settimana fa, infatti, il testa a testa era serrato, addirittura con Hofer avanti di un punto percentuale, stando ad alcuni sondaggi. E questa sensazione di incertezza è durata per tutta la seconda campagna elettorale, quella partita a giugno e terminata ieri. Poi, il tracollo e l’ammissione. Norbert Hofer ha perso perché ha cambiato faccia, narrativa, parole: sull’Europa ma soprattutto sull’immigrazione. No puoi vendere al tuo elettorato l’ipotesi di referendum sull’uscita dall’Ue e, a tre giorni dal voto, rimangiarti quella promessa. Gli inglesi descrivono questa situazione con l’espressione “don’t punch above your weight”: se sai di non avere spalle abbastanza larghe per combattere una certa battaglia, evita di ingaggiarla.
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Hofer, invece, ha promesso e poi si è rimangiato. Sull’immigrazione, uguale: prima sembrava voler sigillare il Brennero (cosa che, furbescamente, hanno fatto in estate i partiti di governo, pur non ammettendolo o sbandierandolo), poi ha cominciato a offrire solidarietà all’Italia sul tema, ha ammorbidito i toni, ha – soprattutto – cominciato a parlarne sempre di meno nei dibattiti tv, depriorizzando l’argomento. La gente, si sa, non ama essere presa in giro, perché al netto dei ripensamenti, il degrado del suo quartiere oggi è uguale a quello di ieri. E questo, cara anonima austriaca, per entrare nella seconda parte del tema di questa lettera: piantatela di vedere il male dove i vostri occhi lo autogenerano. Se davvero Norbert Hofer fosse un nazista, avrebbe compiuto un suicidio politico simile? Di più, se l’FPO fosse il pericolo per la democrazia che dite, perché dopo il ballottaggio di maggio non si è verificato mezzo incidente, nemmeno un posacenere rovesciato e ci si è limitati a un borghesissimo e procedurale ricorso alla Corte costituzionale?
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Il nazismo come il fascismo sono stati processi rivoluzionari, i quali non si fermano di fronte alle carte bollate o agli esiti di un voto palesemente alterato, ribaltano la situazione. L’FPO, nei fatti, si è dimostrata pallida copia di Fratelli d’Italia, la cui leader – pur a capo di un partito del 4% – ha dimostrato finora più attributi di Norbert Hofer e Heinz-Christian Strache, il quale ha avuto la brillante idea di portare in campagna elettorale il tema del Tirolo Unito, regalando a Van Der Bellen enclave di voti proprio in quel Land e in Carinzia. Il perché è presto detto: in Trentino Alto-Adige, il “Sì” al referendum ha vinto con il 63% grazie alla salvaguardia garantita da Matteo Renzi allo statuto speciale e ai suoi privilegi e i tirolesi austriaci temono come la morte la possibilità di doppia cittadinanza per gli statalisti al di qua del Brennero.
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Io capisco che agitare lo spettro nazi-fascista sia argomentazione facile e di sicura presa ma siamo sicuri che paghi alla lunga? Soprattutto, sei d’accordo con la posizione del neo-eletto presidente di mettere in discussione la neutralità austriaca in ossequio alle fobie anti-russe di Nato e Bruxelles? Ah già, mi scordo sempre che in base all’imperante categoria del giudizio, anche Vladimir Putin è un fascista. Quel cartello che sporgeva dal tuo zaino, già me lo immagino, ora farà bella mostra su un muro di casa tua, a ricordo di uno scampato pericolo epocale da raccontare a figli e nipoti: un putsch non riuscito, sventato dal popolo che vuole più Europa e più accoglienza per i migranti.
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Non sarò certo io a smontare questa ricostruzione dei fatti, a mettere fine al sogno: ci penserà la realtà, a breve. Basterà che Erdogan dia seguito alla minaccia di aprire i confini o che l’Ue decida che la situazione europea è troppo grave per essere lasciata in mano ai Parlamenti nazionali: cara anonima, mentre ieri attendevi trepidante il primo exit-poll, Wolfgang Schaeuble, persona che immagino tu conosca, sparigliava le carte alla vigilia dell’Eurogruppo di oggi, dichiarando che “la Grecia faccia altre riforme o esca dell’eurozona”. L’Europa che incarna Alexander Van der Bellen è questa, non quella degli ideali no-borders: se vogliamo arrivare proprio alle analisi spicciole, comportarsi così non è un atteggiamento fascista, stando ai tuoi parametri?

Ha un che di kafkiano, a mio avviso, festeggiare per una falsa dittatura scampata, trovandosi nel ventre molle di una – reale – strisciante, già in atto e che da ieri ha un alleato in più. Il tuo voto, cara anonima austriaca. Finché si continuerà a ragionare per schemi e categorie novecentesche, a scambiare la voglia di ordine e legge con i vessilli del Reich, a criminalizzare chi varca il confine del politicamente consentito, ad agitare spettri di barricate e guerre civili, continueremo a fornire benzina al motore destrutturante e disgregante dell’europeismo pan-finanziario. Ma si sa, chi evoca certi concetti è nella migliore delle ipotesi un populista e nella peggiore ma non più peregrina, un complottista paranoico.
Cara anonima, io non ho vissuto per ragioni anagrafiche gli anni di piombo ma chi lo ha fatto, mi ripete sempre una cosa: le barricate, come le pistole, non avvisano in anticipo del loro arrivo. Quando arrivano è troppo tardi, perché non si è saputo interpretare il rumore di sottofondo che le annunciava. Norbert Hofer è un borghese di destra che non ha nel suo dna una virgola di istinto eversivo o rivoluzionario e voi lo avete bollato come un novello Hermann Göring, il tutto senza timore di scadere nel ridicolo, senza un minimo di riscontro oggettivo della realtà e con il plauso di media e potere. Sicuri di essere davvero dei rivoluzionari, come quei cartelli grondanti odio d’antan sembrano suggerirci? Sicuri di non essere divenuti parte, integrante e inconsapevole, del meccanismo e non il brechtiano granello di polvere che lo dovrebbe far inceppare? E con questo non voglio dire che avreste dovuto votare per Hofer ma che avreste dovuto chiedere conto ai partiti che vi governano da trent’anni e che non hanno saputo partorire un candidato migliore se non un oscuro funzionario del potere, travestito da ambientalista, un cliché che abbiamo già visto altro, Germania in testa.
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Non è che quel candidato sia quello di Bruxelles, più che della coalizione di governo austriaca? Non a caso, è un indipendente, definizione che di questi tempi sta per indipendente dal potere nazionale, non da quello europeo o economico. Hofer era il male, stando ai tuoi principi? Presto conoscerai quello vero, perché il volto di Van der Bellen è solo la mascherina che ti obbligano a mettere quando prendi parte a una sciarada: quando cala il buio e i corpi si spogliano, la realtà assume i suo contorni reali. Hofer è un mediocre politico borghese ma nel clima di terrorismo e criminalizzazione attuale, rappresentava un segnale di preoccupazione che avrebbe potuto mutare alcuni equilibri, magari minimi. Ora, invece, lo status quo dorme tra due guanciali socialmente, ha l’unica rogna economica delle banche italiane in agenda. Per Palazzo Chigi, non c’è problema. Comunque sia, il popolo austriaco ha deciso e così sia. Il mio timore è che a furia di rimandare lo scontro con la realtà, poi questo divampi incontrollato. Allora, il tuo bel cartello non servirà proprio a niente. Buona serata.
fonte http://www.rischiocalcolato.it/2016/12/lettera-unanonima-elettrice-austriaca-felice-hofer-male-conoscerai-presto-quello-vero.html

Farage: «Il progetto europeo muore, gli italiani l’hanno preso a martellate»



Dopo Marine Le Pen, Nigel Farage. La sconfitta e le dimissioni di Matteo Renzi rappresentano un nuovo colpo per l’Europa dei burocrati.  Il risultato che esce dalle urne, con la vittoria travolgente del No alle riforme costituzionali, conferma i timori tra i sostenitori del progetto comunitario. Che ora, dopo la Brexit, il trionfo di Trump negli Usa e il voto dell’Italia, guardano con preoccupazione a un possibile effetto domino per le elezioni del 2017 in Olanda, Francia e Germania. L’onda lunga del risultato italiano potrebbe sconvolgere tutta l’Eurozona.

Le parole di Nigel Farage

Soddisfatto è il leader dell’Ukip, Nigel Farage. «Questo è un colpo di martello contro l’Euro», ha detto. «L’establishment pro-Ue ha dato agli italiani più povertà, disoccupazione e meno sicurezza a causa dell’immigrazione di massa». Ma non solo. «La Ue sta barcollando da una crisi all’altra: Rapide elezioni appaiono necessarie in modo che gli italiani abbiamo l’opportunità di liberarsi dell’establishment pro-Ue».

«Si torna a una dimensione nazionale»

«L’Italia conferma che il progetto europeo sta morendo», ha detto ancora Farage. In un’intervista a Sky News, l’eurodeputato dell’Ukip ha fatto il punto della situazione. «Le dimissioni da premier di Matteo Renzi», ha sottolineato, «sono l’esempio di come in Europa si stia tornando indietro a una dimensione nazionale».
Tratto da: www.stopeuro.org
http://sapereeundovere.com/farage-il-progetto-europeo-muore-gli-italiani-lhanno-preso-a-martellate/

La campagna della NATO contro la libertà di espressione

NATO Power

La NATO inizialmente ha cercato di far tacere chi cercava la verità sull’11/9. Poi l’appetito vien mangiando…
di Thierry Meyssan
Questa è una lunga storia che attraversa un arco di quindici anni. La NATO inizialmente ha cercato di mettere a tacere i cittadini che cercavano di conoscere la verità sugli attentati dell’11 settembre. Poi ha preso di mira coloro che contestavano la versione ufficiale della “primavera araba” e della guerra contro la Siria. Da cosa nasce cosa, ha attaccato coloro che denunciavano il colpo di Stato in Ucraina. Ormai la NATO fa ora accusare da una pseudo-ONG quelli che han fatto campagna per Donald Trump di essere agenti russi.
logo-natoNell’illustrazione in apertura, il Logo del Centro di comunicazione strategica della NATO
DAMASCO (Siria) – Gli attentati dell’11 settembre 2001 sono stati seguiti sia da uno stato d’emergenza permanente sia da una serie di guerre. Come scrivevo all’epoca, la teoria secondo cui i mandanti sarebbero stati jihadisti che comandavano da una grotta afgana non regge all’analisi. Tutto fa pensare che siano stati invece organizzati da una fazione del complesso militare-industriale.
Se questa analisi è esatta, il seguito degli avvenimenti poteva soltanto portare a una repressione negli Stati Uniti e negli Stati alleati.
Quindici anni più tardi, la ferita che ho aperto non si è ancora chiusa, tutt’altro, a causa degli eventi che sono seguiti. Al Patriot Act e alle guerre del petrolio si sono poi aggiunte le “primavere arabe”. Non solo la maggior parte della popolazione statunitense non crede più a ciò che ha detto il suo governo dall’11/9 ma, votando per Donald Trump, ha appena espresso il suo rifiuto del Sistema post-11 settembre.
È successo che ho aperto mondialmente il dibattito sull’11/9, che ho aderito all’ultimo governo della Jamahiriya araba libica e che riferisco in loco la guerra contro la Siria. All’inizio, l’amministrazione USA ha pensato di poter fermare l’incendio accusandomi di scrivere qualsiasi cosa pur di far soldi e toccandomi laddove secondo essa faceva più male, ossia il portafoglio. Tuttavia le mie idee hanno continuato a diffondersi. Nell’ottobre 2004, quando 100 personalità USA hanno firmato una petizione per chiedere la riapertura delle indagini sugli attentati dell’11/9, Washington ha cominciato ad avere paura [1].
Nel 2005, ho riunito a Bruxelles più di 150 personalità provenienti da tutto il mondo – tra cui degli invitati siriani e russi come l’ex capo di stato maggiore delle forze armate della Federazione, il generale Leonid Ivashov – per denunciare i neo-conservatori, mostrando che il problema diventava globale [2].
Mentre durante il mandato di Jacques Chirac l’Eliseo si preoccupava della mia sicurezza, l’amministrazione Bush chiese nel 2007 al neoeletto presidente Nicolas Sarkozy di eliminarmi fisicamente.
Quando fui avvertito della sua risposta positiva da un amico ufficiale dello stato maggiore, ho avuto una sola via da percorrere: l’esilio. Gli altri miei amici – ero da 13 anni segretario nazionale del partito radicale di sinistra – mi guardarono increduli, mentre la stampa mi accusava di cadere nella paranoia. Nessuno mi è venuto pubblicamente in soccorso. Ho trovato rifugio in Siria e ho vagato nel mondo al di fuori dell’area NATO, sfuggendo a diversi tentativi di assassinio o rapimento. Per quindici anni, ho aperto dibattiti che si sono generalizzati. Sono sempre stato attaccato quando ero solo, ma quando le mie idee sono state condivise, sono state migliaia le persone che sono state perseguitate per averle riprese e sviluppate.
È in quello stesso periodo che Cass Sunstein (marito dell’Ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU Samantha Power) ha redatto con Adrian Vermeule per le università di Chicago e Harvard una memoria per la lotta contro le “teorie della cospirazione”: così chiamano il movimento che avevo iniziato. In nome della difesa della “Libertà” contro l’estremismo, gli autori definiscono un programma volto ad annichilire questa opposizione:
«Possiamo facilmente immaginare una serie di possibili risposte.
1. Il governo può vietare le teorie della cospirazione.
2. Il governo potrebbe imporre qualche sorta di tassa, finanziaria o di altro tipo, su coloro che diffondono tali teorie.
3. Il governo potrebbe impegnarsi in un contro-discorso al fine di screditare le teorie della cospirazione.
4. Il governo potrebbe ingaggiare soggetti privati credibili affinché si impegnino in una contro-narrazione.
5. Il governo potrebbe impegnarsi nella comunicazione informale con terzi e incoraggiarli» [3].
L’amministrazione Obama esitava a scegliere pubblicamente questa strada. Ma ad aprile 2009, propose al vertice NATO di Strasburgo-Kehl di creare un servizio di “Comunicazione Strategica”. Inoltre fece dimettere Anthony Jones dalla Casa Bianca nel 2009 poiché il famoso avvocato si era espresso senza mezzi termini sull’argomento [4].
Il progetto di servizio di comunicazione strategica della NATO è rimasto ancora nel cassetto fino a quando il governo lettone non si è fatto vivo. È stato alla fine installato a Riga, sotto la direzione di Janis Karklin?, a quel tempo responsabile all’ONU per il vertice mondiale sulla società dell’informazione e il Forum per la governance di internet. Concepito dai britannici, include partecipazioni di Germania, Estonia, Italia, Lussemburgo, Polonia e Regno Unito. In un primo momento, si accontentava di moltiplicare gli studi in argomento.
Tutto è cambiato nel 2014, quando il think tank della famiglia Khodorkovsky, l’Istitute of Modern Russia moderna (Istituto sulla Russia moderna) a New York, ha pubblicato un’analisi dei giornalisti Peter Pomerantsev e Michael Weiss [5].
Secondo il loro rapporto, la Russia avrebbe schierato un vasto sistema di propaganda all’estero. Tuttavia, invece di presentarsi in una luce favorevole, come durante la Guerra fredda, Mosca avrebbe deciso di inondare l’Occidente di “teorie della cospirazione” in modo da creare la confusione generale. Gli autori hanno precisato che queste “teorie” non vertono più solo sull’11 settembre, ma anche sulla copertura mediatica della guerra contro la Siria.
Nel tentativo di riattivare l’anti-sovietismo della Guerra fredda, il rapporto ha segnato un ribaltamento di valori. Fino ad allora, la classe dirigente USA ha cercato solo di nascondere il crimine dell’11 settembre accusando alcuni barbuti senza importanza. Ormai si trattava di accusare uno Stato straniero di essere responsabile dei nuovi crimini che Washington aveva commesso in Siria.
Nel settembre 2014, il governo britannico ha creato la 77ma Brigata; un’unità incaricata di contrastare la propaganda estera. Essa comprende 440 militari e più di un migliaio di civili del Foreign Office, inclusi membri dell’MI6, della Cooperazione e della Stabilisation Unit. Non si sa quali siano i suoi obiettivi. Questa brigata lavora con la 361st Civil Affairs Brigade dell’esercito di terra statunitense (basata in Germania e Italia). Queste unità militari erano state utilizzate per perturbare i siti web occidentali che cercavano di ristabilire sia la verità sull’11 settembre sia sulla guerra contro la Siria.
All’inizio 2015, Anne Applebaum (la moglie dell’ex ministro della Difesa polacco Radosław Sikorski) ha creato all’interno del Center for European Policy Analysis di Washington (Centro di analisi della politica europea) un’unità chiamata Information Warfare Initiative (Iniziativa sulla guerra dell’informazione) [6].
In origine si trattava di contrastare l’informazione russa in Europa centrale e orientale. Affidava questa iniziativa al già citato Peter Pomerantsev e a Edward Lucas, uno dei redattori di The Economist.
Benché Pomerantsev sia tanto il co-relatore dell’Institute of Modern Russia quanto il corresponsabile della Information Warfare Initiative, non fa più cenni all’11 settembre, né considera più la guerra contro la Siria come un tema centrale, ma solo come un tema ricorrente che permette di speculare sull’azione del Cremlino. Concentra invece le sue frecce contro il canale televisivo Russia Today e sull’agenzia di stampa Sputnik: due organi pubblici russi.
Nel febbraio 2015, il think tank del Partito socialista francese nonché contatto del National Endowment for Democracy (NED), la Fondazione Jean-Jaurès, ha pubblicato a sua volta una nota, intitolata Conspirationnisme, un état des lieux (trad.: “Cospirazionismo, una panoramica”) [7].
Essa ignora gli sviluppi a proposito della Russia e riprende il dibattito laddove Cass Sunstein l’aveva lasciato. Preconizza di vietare in modo puro e semplice ai “cospirazionisti” la possibilità di esprimersi. Da parte sua, il ministro dell’Educazione ha organizzato dei seminari nelle scuole per mettere in guardia gli studenti contro i “cospirazionisti”.
Il 19 e 20 marzo 2015, il Consiglio europeo ha chiesto all’Alta Rappresentante Federica Mogherini di preparare un piano di “comunicazione strategica” per denunciare le campagne di disinformazione della Russia in materia di Ucraina. Il Consiglio non ha menzionato né l’11 settembre né la guerra contro la Siria e ha cambiato il suo obiettivo per occuparsi solo degli avvenimenti in Ucraina.
Ad aprile 2015, la Mogherini ha creato all’interno del Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS) un’unità di Comunicazioni strategiche [8].
È diretta da un agente dell’MI6 britannico, Giles Portman. Distribuisce a numerosi giornalisti europei, due volte a settimana, un insieme di argomenti intesi a dimostrare la malafede di Mosca; si tratta di cataloghi di notizie che alimentano abbondantemente i media europei.
Il 20 agosto 2015, il Centro di Comunicazione strategica della NATO è stato aperto a Riga sotto la direzione di Jānis Sārts e in presenza del direttore di una branca del National Endowment for Democracy, John McCain (qui in una conversazione con il presidente lituano Dalia Grybauskaitė).
Fin dalla sua nascita, il Centro di Comunicazione strategica della NATO ha preso con sé un servizio dell’Atlantic Council, il Digital Forensics Research Lab. Un Manuale di Comunicazione Strategica è stato redatto dalla NATO. Mira a coordinare e sostituire tutti i dispositivi antecedenti in materia di Diplomazia pubblica, di Pubbliche relazioni (Public Affairs), di Pubbliche Relazioni militari, di Operazioni sui sistemi elettronici di comunicazione (Information Operations) e di Operazioni Psicologiche.
Su ispirazione della NATO, l’ex ministra degli Esteri polacca intanto diventata eurodeputata, Anna Fotyga, ha fatto adottare al Parlamento europeo il 23 novembre 2016 una risoluzione sulla «comunicazione strategica dell’Unione mirante a contrastare la propaganda rivolta contro di essa da parte di terzi». Anche in questo caso, l’obiettivo si sposta: non si tratta più di contrastare il discorso sull’11/9 (vecchio di 15 anni), né quello della guerra contro la Siria, ma di creare un amalgama tra il discorso che contesta gli avvenimenti ucraini e quello di Daesh. Si torna al punto di partenza: quelli che contestavano le versioni correnti sull’11/9 cercavano secondo la NATO di riabilitare Al-Qa’ida, quelli che fanno il gioco della Russia mirano a distruggere l’Occidente come Daesh. E poco importa che la NATO sostenga Al -Qa’ida ad Aleppo Est.
Lanciato da un articolo clamoroso sul Washington Post, il 24 novembre 2016 [9], un misterioso gruppo denominato “Propaganda or Not?” ha stabilito un elenco di 200 siti web -compreso Voltairenet.org – presuntamente incaricati dal Cremlino di trasmettere la propaganda russa e intossicare l’opinione pubblica statunitense al punto di averla spinta a votare Trump.
Sebbene “Propaganda or Not?” non pubblichi i nomi dei suoi capi, indica il fatto di riunire quattro organizzazioni: Polygraph, The Interpreter, il Center for European Policy Analysis e il Digital Forensic Research Lab.
– Polygraph è un sito di Voice of America, la radio e televisione pubblica statunitense controllata dal Broadcasting Board of Governors.
– The Interpreter è la rivista dell’Institute of Modern Russia, ora trasmesso da Voice of America.
– Il Center for European Policy Analysis è un pseudopodo del National Endowment for Democracy (NED), guidato da Zbigniew Brzezinski e Madeleine Albright.
– Infine, il Digital Forensic Research Lab è un programma dell’Atlantic Council.
In un documento rilasciato da “Propaganda or Not?”, questa pseudo-ONG, emanazione di associazioni finanziate dall’amministrazione Obama, nomina il nemico: la Russia. La accusa di essere all’origine del movimento per la verità sull’11/9 e dei siti web che sostengono la Siria e la Crimea.
Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato il 2 Dicembre 2016 una legge che vieta qualsiasi cooperazione militare tra Washington e Mosca. In pochi anni, la NATO ha riattivato il maccartismo.
Documenti allegati
Complaint Voltaire Network International vs Prop or Not?
Reclamo depositato presso l’Ispettore generale del Dipartimento di Stato. Réseau Voltaire International, 2 dicembre 2016.
NOTE
[1] «100 personnalités contestent la version officielle du 11 septembre», Réseau Voltaire, 26 octobre 2004.
[2] «Axis for Peace», Réseau Voltaire.
[3] «Conspiracy Theories», Cass R. Sunstein & Adrian Vermeule, Harvard Law School, January 15, 2008.
[4] «11-Septembre: Obama congédie un de ses conseillers», Réseau Voltaire, 8 septembre 2009.
[5] «The Menace of Unreality: How the Kremlin Weaponizes Information, Culture and Money», Peter Pomerantsev & Michael Weiss, The Interpreter/ Institute of Modern Russia, 2014.
[6] Information Warfare Initiative, sito ufficiale.
[7] «Lo Stato contro la Repubblica», di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 9 marzo 2015.
[8] «La propaganda UE contro la Russia», Rete Voltaire, 6 luglio 2016.
[9] “Russian Propaganda Effort Helped Spread ‘Fake News’ During the Election, Experts Say”, Craig Timberg, The Washington Post, November 24, 2016
Traduzione a cura di Matzu Yagi.
http://www.controinformazione.info/la-campagna-della-nato-contro-la-liberta-di-espressione/