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giovedì 21 settembre 2017

Siria: rinvenuto deposito ISIS con componente per fabbricare esplosivi proveniente dagli USA




Quello che vi mostro è un video di Russia Today a Uqayribat (Homs).
L’esercito arabo siriano mostra cosa ha trovato in un deposito dell’ISIS. Tra le altre cose oltre le armi, nel bunker si notano delle taniche blu di perossido di idrogeno (H2O2).

Comunemente il perossido di idrogeno è meglio conosciuto come ‘acqua ossigenata’ ed a secondo della concentrazione, può essere usato anche per usi domestici. Però il  perossido di idrogeno in quel luogo, in quella quantità e in un deposito di ISIS,  è chiaro che non era utilizzato per disinfettare le ferite, tanto meno per decolorare i capelli o fare il bucato: per tali utilizzi  la soluzione contiene una quantità di acqua superiore al 90%. Invece, le speciali taniche ad uso industriale rinvenute nel bunker dell’ISIS, sono quelle che contengono  perossido di idrogeno ad alta concentrazione.
Ora, ad alte concentrazioni  – miscelato ad altri componenti – il perossido di idrogeno può essere utilizzato per propellente per razzi o per fabbricare esplosivi ed è quest’ultimo l’utilizzo che ne fa comunemente l’ISIS: il Califfato usa comunemente un esplosivo a base di perossido noto come ‘triperossido di triacetone’, o TATP,  lo dimostra anche una indagine condotta nel 2016 (qui il link ‘conflict farm’) oltre che vari report giornalistici (vedi qui Washington Post).
Il risultato finale dopo i vari trattamenti, è un esplosivo che ha l’aspetto di una polvere bianca a grana grande (che richiede solo un detonatore di base per esplodere), comunemente chiamata ‘madre di satana’. Si tratta di un esplosivo molto potente, infatti “alcuni grammi possono spazzare via la mano di una persona e grandi quantità possono facilmente distruggere gli edifici” ( Daily Mail).
La ‘madre di satana’ è un esplosivo  che non è stato usato da Daesh solo in Siria o in Iraq  ma anche nell’ attentato terroristico all’aeroporto di Bruxelles il 22 marzo 2016, negli attentati di Londra del 2005 e in altri.
Ora nel report della ‘conflict arm che’ vi ho linkato, viene chiaramente indicato che il perossido di idrogeno occorrente per gli esplosivi utilizzati da ISIS venivano esportato dai Paesi Bassi dalla ditta olandese  ‘Diversey’ e poi portato in Siria ed in Iraq attraverso la frontiera turca.
Però in questo caso, nei fusti rinvenuti a Uqayribat  la ditta di produzione non è tra quella contemplata nell’indagine ma è la OCI. Infatti, se fate un ‘fermo immagine’ nel filmato, è possibile vedere che la ditta di produzione è la OCI (ociperoxygens.com).
Ora basta fare una ricerca su internet per accorgersi che la OCI si trova negli Stati Uniti, in Alabama.
La domanda cruciale è allora: come ha fatto l’ISIS a procacciarsi fusti provenienti dall’Alabama in Siria? Come è potuto arrivare questo materiale in Siria quando notoriamente in un paese in guerra se ne può sospettare fortemente il suo utilizzo? Stiamo parlando in un paese la SIRIA in cui è in atto un embargo così stretto che e neanche i farmaci riescono a passare perché potrebbero in alcuni casi essere ‘dual-use’!
Tracing_The_Supply_of_Components_Used_in_Islamic_State_IEDs[1] 
L’utilizzo di questo componente chimico è ampiamente conosciuto. Il perossido di idrogeno è uno dei componenti usato anche nell’attentato terrorista nell’aeroporto di di Bruxelles (vedi qui: http://www.dailymail.co.uk/news/article-3508433/Brussels-terrorists-used-highly-volatile-explosive-called-Mother-SATAN-bombs-outside-help.html)
La domanda cruciale è allora: ma questo occidente che ora si straccia le vesti sempre con fare accusatorio , che dice a parole di aver dichiarato guerra al terrorismo e che sta posizionando blocchi di cemento in ogni dove nei viali di passeggio delle nostre città per timore degli attentati dell’ISIS, fino a che punto è implicato con l’ISIS? Fino a che punto è implicato con il terrorismo?

Qui il link all’azienda di produzione: http://www.ociperoxygens.com
La seguente è un’indagine che indica i paesi di provenienza delle sostanze chimiche usate dall’ISIS per fabbricare esplosivi.
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Vedi anche documento CIA
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fonte http://www.vietatoparlare.it/siria-rinvenuto-deposito-isis-componente-fabbricare-esplosivi-proveniente-dagli-usa-2/

Siamo solo tanti “Numero 6” nel villaggio globale del controllo sociale. Vale la pena andare avanti?


Prima di tutto, scusatemi in anticipo per la lunghezza dell’articolo di oggi. Immagino che pochi di voi abbiano visto la serie tv “Il prigioniero”, io stesso l’ho scoperto da poco, grazie alla lettura di un articolo del “Boston Globe”. Andata in onda sulla tv britannica 50 anni fa, 17 episodi in tutto, racconta la storia di un agente segreto – il cui nome è semplicemente un numero di matricola, “Numero 6”- che abbandona il suo lavoro ma che si ritrova recluso in una fortezza chiamata “The Village”, dove è controllato, interrogato, sottoposto a test ed esperimenti di controllo sociale in continuazione.

Quello che vedete nella foto di copertina è il protagonista e regista, Patrick McGoohan, di cui rimane famosa una frase: “Siamo governati dal Pentagono, siamo governati da Madison Avenue, siamo governati dalla televisione e fino a quando accetteremo queste cose e non ci rivolteremo, dovremo continuare a scorrere con il flusso della valanga… Fino a quando continueremo a comprare cose, saremo alle loro mercé… Viviamo tutti in un piccolo Villaggio. Il tuo Villaggio può apparirti differente dal Villaggio degli altri ma alla fine siamo tutti prigionieri”. “Il prigioniero” venne descritto da un critico dell’epoca come “una serie televisiva basata sulla distopia, qualcosa che ricorda James Bond che incontra George Orwell, filtrato attraverso Franz Kafka”. I temi trattati, d’altronde, erano decisamente all’avanguardia: la nascita di uno stato di polizia, la libertà dell’individuo, la sorveglianza h24, la corruzione del governo, il totalitarismo, la corsa agli armamenti sia degli Stati che delle società civili, il pensiero di gruppo e il marketing di massa, fino al dato più devastante.

Ovvero, la tendenza dell’uomo ad accettare di essere prigioniero di un carcere che lui stesso ha contribuito scientemente a costruire. Non a caso, “The Village” ha le sembianza tranquillizzanti e positive di un paradiso cosmopolita in riva al mare ma dove gli abitanti non godono di reale libertà: non possono andarsene, sono sotto costante sorveglianza, ogni loro movimento è tracciato da telecamere o droni e la loro personalità è stata annullata. Sono soltanto identificati attraverso numeri. Come con le fidaty card.
Bene, nel primo episodio della serie, conosciamo appunto il protagonista, “Numero 6”, il quale ha il proprio mantra, ripetuto a ogni episodio: “Io non sono un numero, sono un uomo libero”. La colpa del protagonista, che corrisponde al motivo per cui è rinchiuso in “The Village”, è proprio il suo essere un ex agente segreto: al suo arrivo, gli viene infatti reso noto che dentro la sua testa sono stoccate troppe informazioni, una fattispecie che lo rende troppo preziosi per essere lasciato vagabondare nel mondo esterno. Nel corso della serie, esiste un fil rouge: “Numero 6” viene interrogato con tattiche differenti, viene torturato, costretto ad assumere droghe allucinogene, diviene oggetto di furto d’identità, controllo mentale, manipolazione onirica e altre forme di indottrinamento e coercizione sociale al fine di farlo arrendere e soggiogare al potere, allo status quo. Ma “Numero 6” non molla mai. Resiste.

“Non scenderò mai a patti con te. Mi sono licenziato e non sarò spinto, classificato, indicizzato o numerato. La vita è mia”, è la risposta a ogni tentativo di distruzione dell’identità e superamento dei gradi di resistenza sociale e individuale. Ma c’è un contraltare a questa eroica lotta: per quanto resista, “Numero 6” non può scappare. Per quanto combatta, lo sforzo non è mai sufficiente. E’ il principio del panopticon, il carcere ideale progettato a fine Settecento da Jeremy Bentham: un unico soggetto riesce a controllare tutti i carcerati, senza far loro capire quando sono sorvegliati e quando no. Telecamere, droni e altri strumenti di sorveglianza rendono “The Village” una trappola inespugnabile, mentre i cosiddetti “rovers” – gli omini bianchi della foto di copertina – si prodigano al fine di blindare tutte le vie d’uscita di “Numero 6”: “A differenza mia, molti di voi hanno accettato la situazione di prigionia e moriranno qui come cavoli marci”, ripete il protagonista ai suoi compagni quasi a spronarli, a ottenere solidarietà nella lotta, a fomentare la rivolta.

E, soprattutto, per rivendicare la proprio diversità, la propria resistenza, la propria superiorità morale di fronte a un mondo che precipita nel totalitarismo più bieco senza battere ciglio. Ma “Numero 6” in cuor suo sa una cosa – e la serie lo fa capire in maniera chiara – e la sua lotta ne è la riprova: ogni sforzo è soltanto esaltazione della futilità della sua stessa volontà di resistenza. Lui combatte, per sé e per gli altri ma sa che non serve a nulla, nel concreto: quando McGoohan morì nel 2009, un critico scrisse che “la serie era un’allegoria dell’individuo, un qualcuno che sta cercando di trovare pace e libertà in una mascherata dispotica spacciata per utopia”.
Non notate qualche somiglianza con la situazione attuale? Le nostre società cosmopolite, integrazioniste, super-tecnologiche non sono in fondo tanti “The Village” ultra-sorvegliati e che non ci lasciano via d’uscita, pena l’isolamento, la criminalizzazione sociale e la ghettizzazione ideale? La televisione, i media in generale, la logica delle fake-news e della post-verità, non sono moderne e meno invasive forme di condizionamento e controllo sociale, esattamente come gli esperimenti cui venivano sottoposto “Numero 6”? Non siamo, forse, già un uno stato di polizia? Anzi, in un prodromo di legge marziale, de facto? Pensateci: la più grande democrazia al mondo, il faro di libertà, non è forse guidata da un uomo che, a sua volta, non si azzarda a prendere nemmeno un caffé senza l’ok dei suoi generali? E lui li chiama proprio così, quando parla delle iniziative di politica estera che presenta al mondo: “Me lo hanno detto i miei generali”.

Di fatto, gli USA sono retti da una “junta” militare, esattamente come fu negli anni per Cile, Argentina, Turchia e Grecia: meno plateale, non abbiamo i colonnelli alla Bruce Willis in “Attacco al potere”, né i carrarmati a presidiare il ponte di Brooklyn ma, guardando in faccia la realtà, chi governa davvero in America, con il beneplacito e la copertura “sociale” del comparto bellico-informativo-industriale? E’ la classica “junta” militare a tre: il generale James Mattis, capo del Pentagono, il generale John Kelly, chief of staff del presidente e il generale H.R. McMaster, consulente per la sicurezza nazionale. Casualmente, i tre uomini che il Deep State voleva in quei posti, dopo le sliding doors poste in essere alla Casa Bianca, con licenziamenti davvero degni di “The apprentice” e il Russiagate a facilitare il lavoro. E’ stato Mattis a bloccare reazioni “di pancia” verso la Corea del Nord, Kelly ha imposto l’ordine allo staff della Casa Bianca e McMaster si è distanziato con grande rapidità e fermezza dalle parole del presidente rispetto ai fatti di Charlottesville: di fatto, hanno mano libera.

E le leve del comando reale: non a caso, è di stamattina la notizia che altri 3mila soldati USA partiranno per l’Afghanistan. L’atto di cessione di potere verso il Pentagono firmato da Trump ad aprile e ratificato a tempo di record dal Congresso a luglio, sta entrando nel vivo. L’America è in mano a generali che, insieme, vantano 119 anni in divisa, gente che vede il mondo e le sue dinamica da una naturale prospettiva marziale e bellica. Gente che ai problemi offre risposte militari, non diplomatiche. Nè, tantomeno, politiche. Gente che parla poco e twitta ancora meno. E, caso strano, quel tipo di risposte sono quelle che il Deep State e il comparto bellico industriale, preferiscono. E la gente è pronta ad accettare di buon grado, visto l’ottimo lavaggio del cervello fatto dai media attraverso la strategia della paura permanente.
E i media, quale parte giocano nell’enorme Village globale, nel panopticon invisibile in cui viviamo ogni giorno di più? Un esempio arriva fresco fresco dagli USA, notizia di ieri pomeriggio. Se non lo sapete, l’informazione locale negli Stati Uniti è stata, di fatto, una sorta di siero anti-vipera rispetto all’offensiva mainstream, soprattutto per quanto riguarda tematiche spinose come il linguaggio dell’odio, le fake news, il gender e il politicamente corretto. Insomma, la censura delle elites. La spina dorsale di questo contropotere fatto dalle varie “gazzette” ed “eco” è la Report for America (RFA), la quale però, non godendo di laute inserzioni pubblicitarie o danarosi editori o tantomeno stanziamenti federali, vive con le disponibilità all’osso. E, ultimamente, quell’osso ha cominciato anche a rosicchiarlo, per sopravvivere. Bene, da ieri e per i prossimi cinque anni, cambia musica, come mostrano queste immagini:


Google, attraverso il progetto Google News Lab Summit, piazzerà 1.000 giornalisti fidati nelle newsroom di tutta l’America, le quali fino al 2022 potranno attingere a fonti di notizie notoriamente indipendenti ed equidistanti come Peace Corps, Americorps, Teach for America e altri media pubblici. La seconda immagine, vi mostra l’imparzialità di cui l’America potrà godere di qui in poi, visti i nomi presenti nell’advisory board del progetto di Google. Come vedete, nulla – ma proprio nulla – è lasciato al caso. Non vi sentite nemmeno un po’ dei “Numero 6” chiusi in un Village di iPhone ultimo modello, Starbucks, informazione e fonti a direzioni unificate e sospensione, de facto, della democrazia rappresentativa? Non sentite su di voi il controllo di droni, camere a circuito chiuso, password, pin, fidaty card, fra poco chip sottopelle al lavoro e quant’altro trasforma la nostra vita in un codice tracciabile? E controllabile.

E quelli che di voi utilizzano Facebook e hanno dato il loro “like” alla pagina di RischioCalcolato, non hanno notato che dal 7 settembre scorso non vengono più aggiornati i nuovi post pubblicati? Pensate sia una scelta del blog? Siamo tutti dei “Numero 6”, destinati alla futilità da un potere troppo più grande di noi e troppo facilitato nel tagliarci le gambe dalla sera alla mattina, per quanto duri e determinati siano i nostri sforzi di resistenza. E’ giunto il tempo della riflessione. E delle decisioni. Serie.
Mauro Bottarelli
fonte https://www.rischiocalcolato.it/2017/09/solo-tanti-numero-6-nel-villaggio-globale-del-controllo-sociale-vale-la-pena-andare-avanti.html

mercoledì 20 settembre 2017

Ecco le porcherie contenute nel grano estero che arriva con le navi nei nostri porti. E queste porcherie ce le fanno mangiare…

VIDEO



Un VIDEO illustra le ‘schifezze’ contenute nel grano che arriva con le navi. E poi ce lo fanno mangiare…
Ecco a voi il grano stivato nelle navi: “..oltre ad aver subito … trattamenti a base di antiparassitari, diserbanti e pesticidi, deve essere ripetutamente trattato durante il viaggio, per evitare la distruzione delle stesse granaglie ad opera di topi e infestazioni varie. Si può facilmente immaginare quali siano le caratteristiche biochimiche del prodotto che arriva sugli scaffali del supermercato e successivamente a contatto con la mucosa intestinale…”
Navi cariche di grano duro che arrivano in Sicilia, navi cariche di grano duro che approdano nei porti pugliesi. Se, da una parte, è vero che i controlli sembrano diventati un po’ più stringenti, è anche vero che le navi cariche di grano proveniente dal Canada, dall’Ucraina, dall’Australia e via continuando continuano ad arrivare a ritmo continuo.
Ma che grano arriva con le navi? Ce lo chiediamo, perché questo benedetto grano estero prima di arrivare nei porti italiani – soprattutto pugliesi e siciliani – rimane stivato per giorni e giorni, forse per settimane.
E’ buono il grano che arriva con le navi? Ecco la descrizione che ne fa Sara Farinetti, specialista in medicina interna:
“Dal 1992 l’Italia importa circa il 60% della farina dall’America settentrionale e dall’Ucraina. Solo apparentemente le caratteristiche organolettiche di queste farine sono uguali a quelle di produzione italiana perchè il grano deve viaggiare per lunghi periodi, stivato nelle navi o su treni merci. Quindi, oltre ad aver subito durante la coltivazione trattamenti a base di antiparassitari, diserbanti e pesticidi, deve essere ripetutamente trattato durante il viaggio, per evitare la distruzione delle stesse granaglie ad opera di topi e infestazioni varie. Si può facilmente immaginare quali siano le caratteristiche biochimiche del prodotto che arriva sugli scaffali del supermercato e successivamente a contatto con la mucosa intestinale”.
Dopo questi lunghi viaggi e questi ripetuti ‘trattamenti’, il grano duro arrivato con le navi è ‘pronto’ per finire sulle nostre tavole sotto forma di pasta, pane, pizze, farine, semole e via continuando.
Quali sono le condizioni del grano duro che arriva in Italia lo ha documentato bene la trasmissione televisiva Presa diretta in un sevizio del 2015 (SOTTO IL VIDEO).
Si parla non soltanto di Micotossine DON, ma anche di aflatossine, che, di solito, si trovano nel mais attaccato dai funghi.
Dopo aver visto le immagini e ascoltato le testimonianze sorgono, spontanee, alcune domande.
Perché in un mondo che ormai, a tavola, privilegia il km zero (gli abitanti di ogni Paese o Regione debbono, là dove possono, nutrirsi con cibi prodotti nel proprio Paese e, meglio ancora, nella propria Regione), giusto per il grano duro, bisogna ricorrere al grano duro canadese, che spesso contiene glifosato e micotossine DON o al grano duro ucraino, che potrebbe contenere radionuclidi?
Perché il grano duro prodotto nel Sud Italia – che come qualità è uno dei migliori del mondo – è il grano che costa meno al mondo?
Ogni anno, subito dopo la mietitrebbiatura, in Italia (soprattutto nei porti pugliesi e siciliani), cominciano ad arrivare navi cariche di grano duro – spesso di qualità scadente e in pessime condizioni – che perseguono due obiettivi: far crollare il prezzo del grano duro prodotto nel Sud Italia e, possibilmente, convincere gli agricoltori del mezzogiorno d’Italia a non coltivare più grano.
A chi giova tutto questo?
tratto da: http://www.inuovivespri.it/2017/09/19/un-video-illustra-le-schifezze-contenute-nel-grano-che-arriva-con-le-navi-e-poi-ce-lo-fanno-mangiare/
http://zapping2017.myblog.it/2017/09/19/video-allucinante-ecco-le-porcherie-contenute-nel-grano-estero-che-arriva-con-le-navi-nei-nostri-porti-e-queste-porcherie-ce-le-fanno-mangiare/

DOPO IL CALIFFATO, IL ROJAVA

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Mentre l’esercito arabo siriano, l’aeronautica russa e Hezbollah si stanno preparando a porre fine a Daesh, il Pentagono sta progettando una nuova guerra contro la Siria, stavolta con truppe curde. Proprio come la missione del Califfato era quella di creare un Sunnistan a cavallo tra l’Iraq e la Siria, anche la missione del "Rojava" è quella di creare un Kurdistan a cavallo tra due Stati, così come il Pentagono prevede pubblicamente da quattro anni in qua.
Questa mappa è stata pubblicata da Robin Wright nove mesi prima dell’offensiva di Daesh in Iraq e Siria. Secondo la ricercatrice del Pentagono, essa rettifica quella pubblicata nel 2005 da Ralf Peters per il rimodellamento del Medio Oriente allargato.
Secondo la Grande strategia statunitense, definita dall’ammiraglio Cebrowski nel 2001 e pubblicata nel 2004 dal suo vice Thomas Barnett, tutto il Medio Oriente allargato dev’essere distrutto, ad eccezione di Israele, Giordania e Libano.
Pertanto, la vittoria imminente contro Daesh non cambierà le intenzioni del Pentagono.
Il presidente Trump si è opposto alla manipolazione dei jihadisti. Ha stoppato il sostegno finanziario e militare che il suo paese accordava loro. È persino riuscito a persuadere l’Arabia Saudita e il Pakistan a fare lo stesso. Ha modificato la politica della NATO in materia. Tuttavia, niente consente di sapere se si opporrà allo stesso modo alla grande strategia del Pentagono. A livello nazionale, l’insieme del Congresso si è coalizzato contro di lui e non ha altra possibilità di impedire una procedura di destituzione che negoziare con il Partito Democratico.
Donald Trump ha composto la sua amministrazione con ex funzionari dell’amministrazione Obama, politici opportunisti, molti funzionari improvvisati e rarissime personalità di assoluta fiducia.
Il suo rappresentante speciale contro Daesh, Brett McGurk, è un ex collaboratore del presidente Obama ritenuto utile alla sua nuova politica. Il 18 agosto ha organizzato un incontro con i capi tribù per "combattere contro Daesh". Tuttavia, le fotografie che ha diffuso testimoniano che al contrario diversi leader di Daesh hanno partecipato a questo incontro.
Allo stesso modo, gli elicotteri delle Forze Speciali degli Stati Uniti hanno condotto l’esfiltrazione di due leader europei di Daesh e delle loro famiglie dai dintorni di Deir ez-Zor prima che venissero arrestati dall’esercito arabo siriano il 26 agosto. Due giorni dopo, hanno esfiltrato ulteriori 20 ufficiali di Daesh.
Tutto ciò succede come se il Pentagono dovesse ripiegare il suo sistema jihadista e conservarlo per delle operazioni da condurre sotto altri cieli. Allo stesso tempo, sta preparando una nuova fase contro la Siria, con ancora un nuovo esercito. Questa volta composto da truppe curde.
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Questa guerra, come quella del Califfato, è stata annunciata quattro anni fa sul New York Times da Robin Wright, ricercatrice presso l’US Institute of Peace (equivalente della NED per il Pentagono). Prevedeva anche di dividere lo Yemen in due stati, come ora potrebbero spartirselo Riad e Abu Dhabi; infine, the last but not the least, prevedeva di smembrare l’Arabia Saudita.
Peraltro, il progetto del "Rojava" corrisponde alla strategia israeliana che, fin dalla fine degli anni ’90 e lo sviluppo dei missili, non mira più a controllare i confini (Sinai, Golan e il Libano meridionale), quanto semmai a prendere i suoi vicini alle spalle (da qui la creazione del Sud Sudan ed eventualmente del Grande Kurdistan)
Il reclutamento di soldati europei per il "Rojava" è appena iniziato. Possiede a priori la capacità di radunare altrettanti combattenti quanto quelli che hanno preso parte al jihad, dato che i gruppi anarchici che servono da vivaio sono numerosi in Europa quanto i prigionieri di reati comuni.
In effetti, la filiera jihadista è iniziata in un primo momento nelle carceri francesi prima di trasformarsi in una "crociata" generalizzata. È probabile che anche il reclutamento all’interno del movimento anarchico sarà ulteriormente ampliato. Washington, Londra, Parigi e Berlino, che hanno organizzato questo reclutamento, lo hanno pensato a lungo termine.
Utilizzo deliberatamente la parola "crociata" perché queste guerre medievali, come quella che abbiamo appena vissuto, erano operazioni imperialiste europee contro i popoli del Medio Oriente allargato. È altrettanto grottesco affermare che esista un legame tra il messaggio di Cristo e le crociate quanto che ce ne sarebbe tra quello del Profeta e il jihadismo. In entrambi i casi, i contraenti sono "occidentali" [1] e questi conflitti servono esclusivamente all’imperialismo occidentale. Le crociate successive si diffusero per due secoli e la maggioranza dei cristiani del Levante combatté a fianco ai propri compatrioti musulmani contro gli invasori.
In passato, il ministro degli esteri francese Laurent Fabius ha dichiarato pubblicamente che il presidente Assad «non meritava di essere sulla Terra» e assicurava che i jihadisti stavano facendo un «buon lavoro». Molti giovani hanno risposto alla sua chiamata entrando in Al-Nusra (Al-Qa’ida), poi in Daesh. Oggi, l’ex ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner annuncia pubblicamente che la Francia sosterrà la creazione di uno stato che inglobi il Kurdistan iracheno e il corridoio che lo collega al Mediterraneo attraverso la Siria. Alcuni giovani europei hanno già risposto a questa chiamata, ne seguiranno molti altri.
Oggi, come nel 2011-2012, la stampa occidentale appoggia questo nuovo esercito anti-siriano sostenuto dai suoi governi. Mai metterà in discussione il cambio di casacca di Abdullah Öcalan, passato dal marxismo-leninismo all’anarchismo. Essa ripeterà che il Kurdistan era già stato riconosciuto in occasione della Conferenza di Sèvres nel 1920, ma non consulterà i documenti che ne precisano i confini. Lo riterrà legittimo in Iraq e Siria, mentre invece si situa nell’attuale Turchia. Ignorerà il fatto che il suo tracciato corrisponde in realtà ai soli piani del Pentagono.
Il referendum per l’indipendenza della regione irachena del Kurdistan e dei territori annessi con l’aiuto di Daesh lancerà l’inizio di questa operazione il 25 settembre. Come nel 2014, si tratta di distruggere contemporaneamente Iraq e Siria, stavolta creando non tanto un "Sunnistan" da Rakka a Mosul, quanto invece un "Kurdistan", in un territorio che collega Erbil e Kirkuk al Mediterraneo.
Traduzione
Matzu Yagi
Fonte
Megachip-Globalist (Italia)

[1] Questo termine è scelto male nella misura in cui “Occidentale” non si contrappone tanto a “Orientale” quanto a “Sovietico”. Non ho trovato un’altra parola per definire insieme gli europei, i nordamericani e gli israeliani. NdA.

Fonte : “Dopo il Califfato, il Rojava”, di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 19 settembre 2017, www.voltairenet.org/article197919.html

http://www.comedonchisciotte.net/modules.php?name=News&file=article&sid=5989

Magaldi: smascheriamo insieme i bari della politica italiana

Smascherare i bari della politica? Facilissimo: basta vedere chi votò per Mario Monti, il devastatore dell’Italia inviato a Roma nel 2011, tramite Napolitano. Una missione speciale, la sua, per conto dei super-poteri oligarchici che hanno fatto dell’Ue una fabbrica di diktat, trasformando i Parlamenti in “bivacchi di manipoli” dormienti, ancora impegnati a recitare la liturgia di una democrazia che ormai non esiste più, non conta, non decide più niente. Se ne vergognano, gli ex sostenitori di Monti? «Certamente se ne vergogna Bersani, che infatti nella sua nuova formazione politica ha inserito un riferimento all’articolo 1 della Costituzione “fondata sul lavoro”, ben sapendo di aver votato a favore della riforma Fornero, massimo attentato politico nella storia recente contro il mondo del lavoro e dei lavoratori». Parola di Gioele Magaldi, autore del bestseller “Massoni” e presidente del Movimento Roosevelt, che ora annuncia un conto alla rovescia: quello della nascita di un nuovo soggetto politico destinato, spera, a sconvolgere la “palude” italiana, intasata di replicanti finto-progressisti e finto-ribellisti, per fornire agli elettori una vera chance di cambiamento in senso sovranistico e democratico, lontano dalla “dittatura” di Bruxelles e dei suoi corifei nazionali.
Berlusconi? Ancora una volta incerto e ambiguo, nell’elogiare – forse in funzione anti-Salvini – la Pax Europea di cui avremmo beneficiato. Niente di più falso, sostiene Magaldi, in collegamento con David Gramiccioli ai microfoni di “Colors Radio”: Gioele Magaldiquesta Ue, che doveva unire il continente – accusa il leader del Grande Oriente Democratico – ha letteralmente frantumato l’Europa, provocano una feroce crisi economica e pericolose rivalità tra Stati. Il Pd renziano? Minestra riscaldata: lo stesso Renzi ha commesso errori madornali come quello sul referendum, e il suo destino è comunque segnato. In ogni caso, aggiunge Magaldi, anche una quota rilevante di elettorato Pd è delusa e disorientata, nonostante l’overdose di camomilla somministrata dal Gentiloni di turno, vero e proprio clone del dimenticabile Enrico Letta. «In Italia – sostiene Magaldi – esistono praterie sconfinate, sul piano politico, per chi voglia provare a cambiare davvero il corso delle cose: manca solo uno strumento chiaro e preciso, finalmente a disposizione degli elettori». Proprio per questo, aggiunge, nascerà il Pdp, Partito Democratico Progressista: un programma netto, destinato a smascherare l’ipocrisia generale e la reticenza dei partiti di oggi, incluso il Movimento 5 Stelle.
«A Roma il movimento di Grillo non ha dato buona prova di sé, e c’è da temere che sarebbe così anche su scala nazionale, se dovesse governare l’Italia». Per un motivo semplice, dice Magaldi: «I 5 Stelle non avevano un vero programma per la capitale, così come non hanno un vero programma per il paese». Per “vero programma”, spiega Magaldi, si intende qualcosa di esplicito e inequivocabile: aprire una vertenza storica con l’Ue, minacciando di sbattere la porta. Obiettivo: ripristinare la democrazia in modo sostanziale, quella dei diritti del lavoro, svuotata dalla tecnocrazia euro-tedesca, che Magaldi definisce “paramassonica”, dettata dalle strutture di potere apolidi che hanno fabbricato l’attuale globalizzione asimmetrica, che concentra i poteri e fa sparire i diritti, spingendo i cittadini verso una precarietà universale, senza speranza. Un esito inaccettabile, da rovesciare a partire dalle fondamenta, riscrivendo le regole: l’economista Nino Galloni è uno dei cervelli del movimento fondato da Magaldi per sollecitare il risveglio della politica italiana, di cui però ancora non si vede traccia. E dunque, se i partiti continuano a dormire, non resta che scendere in campo direttamente: è questo il ragionamento alla base del varo (imminente, pare) del Pdp, aperto a «chiunque ami sinceramente la democrazia, cioè la legittima quota di sovranità assegnata ad ogni cittadino».
fonte http://www.libreidee.org/2017/09/magaldi-smascheriamo-insieme-i-bari-della-politica-italiana/

martedì 19 settembre 2017

Di che grano è fatta la nostra pasta?


Il grano duro estero arriva da noi. Il nostro da Foggia viaggia verso Trieste

 Grano duro che va e grano duro che viene. La settimana scorsa a Manfredonia sono arrivate due navi dalla Francia (Blè dur Port La Nouvelle) cariche di grano duro. A Bari è arrivata una nave spagnola di grano duro (giallo ocra) scaricata nei camion Divella. Da Manfredonia, invece, partono diverse navi per Trieste cariche di grano del Tavoliere, ma in Commissione prezzi tutti fanno finta di niente e nessun commerciante esibisce le fatture. Come mai? Perché l' Ufficio Prezzi non fa uno squillo all' Agenzia delle Dogane per evitare Non Quotati?

A Manfredonia decine di autotreni si sono affrettati a scaricare due navi di grano duro francese: il Blè dur di Port La Nouvelle. Si tratta di un grano che di solito ha le seguenti caratteristiche: 40% bianconatura, 8-10% GMF (cariossidi germinate, volpate, fusariate)  min 13% proteine.
La prima nave francese, secondo fonti attendibili, era la RADES una General Cargo IMO 9523237 MMSI 672703000 costruita nel 2007, battente bandiera Tunisia (TN) con una stazza lorda di 1972 ton, summer DWT 3300 ton. La General Cargo è partita il 26 giugno alle ore 15,16 da Port La Nouvelle in Francia per arrivare a Manfredonia il 7 luglio alle ore 14.00 dove ha ultimato lo scarico di circa 30 mila quintali!
La seconda era la FERAHNAZ una General Cargo IMO 9071636 MMSI 518100056 costruita nel 1995, battente bandiera Isole Cook (CK) con una stazza lorda di 2995 ton, summer DWT 4750 ton. La General Cargo è partita il 5 luglio alle ore 15,53 da Port La Nouvelle in Francia per arrivare a Manfredonia il 10 luglio alle ore 12.10 dove ha scaricato circa 40 mila quintali!

La terza nave vuota, invece, era italiana proveniente da Ravenna. Di straniero ha solo il nome CDRY BROWN. Si tratta di una General Cargo partita il 7 luglio alle ore 18,35 da Ravenna per arrivare a Manfredonia il 10 luglio alle ore 8.33. La nave è stata riempita di oltre 60 mila quintali di grano del Tavoliere e spedita al nord Italia, precisamente al porto di Trieste dove è attraccata il 14 luglio alle ore 9.06.
Occorre segnalare una strana coincidenza: la spedizione della nave è avvenuta proprio il 12 luglio ore 16,41 data in cui la Camera di Commercio non ha potuto quotare perché mancavano fatture di vendita. Paradossale!
Come mai la fattura di questo grosso carico di grano, al pari delle altre, non è stata esibita in Commissione prezzi alla Camera di Commercio di Foggia dai commercianti? A che prezzo è partito il nostro grano salus? Perché i dirigenti dell' Ufficio Prezzi della Camera di Commercio non chiedono direttamente informazioni all' Agenzia delle Dogane? Ne hanno il potere, non fosse altro che per evitare "non quotati" dannosi al mercato!

Al porto di Bari invece a partire dal 7 luglio ha scaricato una nave spagnola. Si tratta di una General Cargo IMO 9363998 MMSI 229939000 costruita nel 2007, battente bandiera MALTA (MT) con una stazza lorda di 5197 ton, summer DWT 6355 ton. La nave è partita il 29 giugno alle ore 12,44 da Siviglia (ES) per arrivare a Bari il 7 luglio alle ore 7.52. Trasportava circa 60 mila quintali di grano duro spagnolo color giallo ocra (slavato) verso i mulini Divella.
Sempre al porto di Bari invece il 12 luglio ha attraccato una nave ucraina di nome ROZTOCZE da 250 mila quintali di mais. Si tratta di una Bulk Carrier IMO 9346835 MMSI 311379000 costruita nel 2008, battente bandiera Bahamas (BS) con una stazza lorda di 24109 ton, summer DWT 38056 ton. La nave è partita il 7 luglio alle ore 12,30 da Odessa (UA) per arrivare a Bari il 12 luglio alle ore 15.15.
nave ucraina partita da Odessa

fonte http://www.granosalus.com/2017/07/17/grano-duro-estero-a-manfredonia-e-bari-grano-duro-foggiano-verso-trieste/